Niente soldi, niente carceri, delinquenti in libertà. Ecco come Salvini potrebbe vincere le prossime elezioni
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Niente soldi, niente carceri, delinquenti in libertà. Ecco come Salvini potrebbe vincere le prossime elezioni

04/12/2018 


Come è noto, la democrazia si fonda sul consenso: più consenso, più voti. I voti dipendono dalle promesse: devono essere appetibili. Per questo ogni agglomerato politico ha il suo brand che, secondo la definizione di Glossario Marketing, significa «segno distintivo sviluppato dall'azienda venditrice per identificare la propria offerta e differenziarla da quella dei concorrenti». Se si analizza la situazione politica italiana sotto questo profilo, si capiscono bene le ragioni del successo, del declino e della decadenza dei partiti che sono ancora sulla scena. Il brand della Lega è ordine e sicurezza, quello dei Grillini è assistenzialismo, quello del Pd non esiste. Poiché l'assistenzialismo è desiderato dalla platea dei meno favoriti economicamente che, per fortuna, sono la minoranza della popolazione; mentre ordine e sicurezza sono requisiti indispensabili per il vivere civile di tutti; e poiché l'assenza di ogni programma ovviamente non crea consensi; ecco spiegate le ragioni dell'egemonia sempre crescente della Lega, del declino dei Grillini e dell'irrilevanza del Pd.
L'ultimo aggiornamento del brand leghista sta nella «difesa è sempre legittima». Che è proprio una stupidaggine, come confido di aver spiegato in più occasioni (su ItaliaOggi il 30/11). Ma l'offerta potrebbe essere utilmente arricchita con una sostanziale riforma dell'ordinamento penitenziario. Intendo dire che Salvini potrebbe acquisire grandi consensi se cavalcasse slogan del tipo «i delinquenti in prigione». Insomma, il «la pacchia è finita» potrebbe essere applicato ai condannati che scontano (si fa per dire) la pena fuori dal carcere.

È noto a tutti che i delinquenti, condannati a pene inferiori a quattro anni di reclusione, in carcere non ci vanno: arresti domiciliari o affidamento in prova al servizio sociale. Ora, che esista una insanabile incoerenza tra l'auspicata pena di morte per i ladri sorpresi in flagranza di furto e la sostanziale impunità di cui godono all'esito di un lunghissimo e costosissimo processo è innegabile: quasi mai il furto in abitazione è punito con pene superiori a quattro anni e, quando pure capita, si sconta solo la parte che li supera e nemmeno per intero. E questo avviene per ogni reato e per ogni condanna. Insomma, nel nostro paese, un brutto delinquente (quattro anni di reclusione sono una pena importante) resta sostanzialmente libero di continuare a delinquere. E, attenzione, questo incredibile trattamento è garantito a tutti, incensurati come pregiudicati. Vero, proprio garantito no, perché il giudice di sorveglianza potrebbe non concedere questa misura alternativa alla detenzione (si chiama così); ma di fatto è concessa quasi sempre.

L'impunità non finisce qui perché l'ordinamento penitenziario prevede, per tutti (assassini e violentatori inclusi), una durata convenzionale dell'anno di detenzione: non sono dodici mesi ma nove. Il che vuol dire che un delinquente condannato a dieci anni di galera ne farebbe in realtà sette e mezzo; ne farebbe perché, dopo tre e mezzo, arrivato a quattro ancora da scontare, godrebbe dell'affidamento in prova al servizio sociale. Insomma: dieci anni sono in realtà tre e mezzo, venti sono in realtà undici e perfino l'ergastolo può arrivare a sedici circa. Considerando che il 90% delle pene sta nei cinque/sei anni di reclusione, la conclusione è ovvia: in prigione ci si sta al massimo un anno, qualsiasi reato sia stato commesso.

Ecco, il brand Lega avrebbe un grande successo se adottasse una riforma che impedisse simili assurdità. Sarebbe anche una riforma tecnicamente semplice: abolizione degli articoli da 47 a 52 dell'Ordinamento Penitenziario (prevedono le misure alternative alla detenzione) e obbligo per i giudici di sorveglianza di valutare la buona condotta (presupposto per godere dello sconto di pena di tre mesi per ogni anno) su base complessiva e non semestrale come avviene oggi. Per intenderci, il detenuto che partecipa a una rivolta carceraria e poi, nei sei mesi successivi, resta in infermeria e quindi non combina casini, ha comunque diritto allo sconto di pena di 45 giorni in relazione a questi sei mesi di quiete forzosa. Il che è irragionevole.

Dove sta il problema? Cioè, perché ancora non si è proceduto? Due ragioni. Gli avvocati pianterebbero una grana micidiale: gli si abolirebbe l'intero volume d'affari coincidente con il giudizio di sorveglianza. Ed è un volume d'affari ricco: coincide con galera sì/galera no. E poi servirebbero soldi. Perché la vera ragione di questo buonismo assurdo sta nel fatto che non si vogliono spendere soldi per costruire carceri. È ovvio che, se si vuole tenere dentro i delinquenti, bisogna avere le prigioni dove metterli. E in Italia i posti/prigione sono 40 mila circa. Che dovrebbero essere almeno triplicati se tutti i condannati a quattro anni di galera li dovessero scontare davvero; e se la si smettesse di regalare sconti di pena a gente che non li merita nemmeno un po'. Niente soldi, niente carceri, delinquenti in libertà. E, soprattutto, consapevolezza dell'impunità: delinquere conviene, questo lo sanno tutti.

Eccolo il brand di Salvini: niente assistenzialismo, niente abolizione della Fornero; invece investimenti sulla sicurezza, dunque carceri e personale di custodia. Che significherebbe consenso e, per quello che può valere, un paese a basso tasso di criminalità. Roba che, alla fine, finisco con votarlo pure io.

Bruno Tinti - italiaoggi.it

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