Torna in carcere Roco Santo Filippone: ai vertici della ndrangheta, tra i pochissimi autorizzati a trattare con la mafia
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MAFIA 41-BIS Torna in carcere Roco Santo Filippone: ai vertici della ndrangheta, tra i pochissimi autorizzati a trattare con la mafia 30/05/2020 

Torna in carcere il mammasantissima calabrese Rocco Santo Filippone, secondo i magistrati fra i pochissimi delegati della 'ndrangheta a rapportarsi con i clan siciliani negli anni della Trattativa Stato-mafia e degli attentati continentali. Finito ai domiciliari il 10 aprile scorso perché considerato troppo a rischio in periodo di pandemia, su indicazione del Dap verrà trasferito nel carcere di Bari, dove gli verrà assicurata l'assistenza sanitaria di cui ha bisogno. Una soluzione che invano la Corte d'Assise di Reggio Calabria aveva tentato di individuare nei mesi di lockdown, prima di rassegnarsi a concedergli i domiciliari.

Ultrasettantenne, affetto da varie patologie, per ben due volte Filippone tramite il suo legale, l'avvocato Guido Contestabile, aveva chiesto i domiciliari per motivi di salute e per due volte la Corte ha risposto picche. Ma nelle settimane di massima diffusione dell'epidemia, con i ricoveri in strutture ospedaliere penitenziarie e non bloccati salvo per urgenze, i giudici non hanno potuto far altro che concedergli di uscire dal carcere "in via temporanea e non oltre il termine dell'emergenza sanitaria".

Una decisione, traspariva dal provvedimento, a cui la Corte è sembrata arrivare assai a malincuore. "Le esigenze cautelari da ritenersi di eccezionale rilevanza, desumibili dalla gravità delle contestazioni" sono "tuttora sussistenti", aveva scritto la presidente Ornella Pastore nel mandarlo ai domiciliari a Rivoli nel torinese. Alla richiesta di Filippone di tornare a casa del figlio Pasquale, nel proprio feudo di Melicucco, in provincia di Reggio Calabria, i giudici avevano risposto un secco no, spedendolo invece in Piemonte, dall'altro figlio, Angelo, attualmente in carcere e in teoria destinato a rimanerci fino al luglio 2022.

Una soluzione per altro rivelatasi quasi controproducente. In pieno lockdown, ma con le restrizioni previste per i detenuti, l'assistenza infermieristica domiciliare deve comunque essere sottoposta a controlli e approfondimenti prima di essere autorizzata. E così erano stati proprio i legali di Filippone, meno di una settimana dopo il ritorno a casa del mammasantissima da loro sollecitato, a lamentare in aula l'impossibilità di fargli avere adeguata assistenza. "Allora forse meglio che rimanesse in carcere" ha detto in aula l'avvocato Angelo Sorace di fronte alla presidente Pastore che non ha potuto che ribattere "è quel che avevo detto anche io, ma avete presentato voi l'istanza per i domiciliari". Tanto la Corte come i legali si erano determinati a cercare una clinica che potesse accogliere Filippone, ma per settimane si è rivelata un'impresa impossibile. A risolvere l'impasse è arrivato adesso il Dap, che ha disposto il trasferimento di Filippone in uno degli istituti di pena dotati di un centro sanitario in grado di monitorare e curare le patologie croniche da cui è affetto.

Nonostante per decenni sia riuscito a tenersi lontano dal radar di inquirenti e investigatori, per i magistrati Filippone è uno degli elementi di vertice della 'ndrangheta. Espressione dello storico casato dei Piromalli, insieme al boss Giuseppe Graviano è stato lui - ha svelato l'inchiesta "'Ndrangheta stragista" - il mandante dei tre attentati del '93-'94 contro i carabinieri, costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari. Un incarico che Filippone ha all'epoca assegnato al nipote appena maggiorenne (già condannato con sentenza definitiva per quegli omicidi) e a Consolato Villani, ai tempi appena 17enne e oggi considerato uno dei più importanti pentiti della 'ndrangheta reggina. Personaggi sacrificabili ed in grado di portare a termine senza chiedere troppe spiegazioni quegli attentati, serviti alla 'ndrangheta - afferma il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha diretto le indagini - per sottoscrivere la propria partecipazione alla stagione degli attentati continentali, l'ultima fase stragista della Trattativa Stato mafia.

Vicende oggi tutte al centro di un processo arrivato ormai alle fasi finali e scelto dal boss Giuseppe Graviano, condannato per le bombe che uccisero Falcone, Borsellino e poi insanguinarono l'Italia nel 1993, per rompere un lungo silenzio.

repubblica.it

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