Ancora una volta la giustizia impotente nella lotta impegnata contro la "mafia"
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STORIA Ancora una volta la giustizia impotente nella lotta impegnata contro la "mafia" 31/07/1974 

I mezzi normali di cui dispone non sono sufficienti contro l'omertà - Quarantadue assoluzioni e 34 condanne che, in maggioranza, equivalgono a proscioglimenti - Ora si teme che possa scorrere altro sangue.
Come a Bari, come a Catanzaro, come ad Agrigento e forse peggio: ancora una volta la Giustizia ha mostrato di essere impotente a combattere la mafia con i mezzi normali di cui dispone. Il formalismo giuridico, nell'apparenza ineccepibile, ha prevalso nuovamente e i mafiosi hanno potuto approfittarne: molte ipotesi, ma nessuna prova e quindi nessuna punizione. La sentenza pronunciata questa notte dal tribunale (quarantadue assoluzioni e trentaquattro condanne che, nell'assoluta maggioranza, equivalgono ad altrettanti proscioglimenti) costituiscono, purtroppo, un nuovo e clamoroso insuccesso per i giudici e per lo Stato. L'operazione, scattata nel luglio di due anni or sono, con grande entusiasmo e grandi speranze, per arrestare più di cento mafiosi rintracciati in ogni parte d'Italia, si è conclusa con risultati che è poco definire modesti. Sei personaggi soltanto hanno fatto le spese di quella che voleva essere la battaglia definitiva contro la mafia: Gaetano Badalamenti (unico dato positivo in tanta miseria) che, seppure poco noto a chi non si intende di questioni di mafia, è fra tutti il personaggio di maggior rilievo; Luciano Liggio che, dopo l'arresto, è da considerarsi fuori gioco per l'argastolo che gli pesa sulle spalle; Gerlando Alberti che, tutto sommato, è pur sempre una figura marginale; Giuseppe Calderone e Francesco Scaglione, che non hanno una storia particolare; Frank Coppola, che per la prima volta a 75 anni è stato condannato ad una pena, per la sua età, abbastanza severa. Delusione, amarezza e preoccupazione: negli ambienti giudiziari, all'indomani della sentenza, non si fa mistero di questo stato d'animo. Ogni assoluzione clamorosa ha avuto conseguenze drammatiche nella storia della mafia. Dopo Catanzaro, il sangue tornò a scorrere per le strade di Palermo, nuova Chicago degli Anni Trenta: ora che cosa può avvenire? Tutto: da queste conclusioni la mafia ritrova coraggio, entusiasmo, vitalità, prestigio. «Sentenze del genere consentono ai mafiosi di ritenersi invincibili, superiori allo Stato», dicono i carabinieri. Qualcosa anche questa volta non ha funzionato: il meccanismo della giustizia si è inceppato di fronte alla difficoltà della prova. Non si è trattato di cattiva volontà, di debolezza, di ingenuità, di impreparazione degli accusatori: la causa del male è un'altra e la indicarono chiaramente i giudici di Bari quando cinque anni or sono assolsero Luciano Liggio. «Le fonti d'informazione utilizzate per indicare i colpevoli — scrissero nella loro sentenza — sono state esclusivamente i confidenti segreti della polizia, le persone che non desideravano essere nominate e le voci correnti nel pubblico, mentre scarse e di nessuna rilevanza probatoria sono state le contestazioni dirette. Ne discende che l'indagine tesa ad accertare l'utilizzabilità del vastissimo materiale probatorio non può che essere negativa». In questo caso specifico, poi, sono state sottratte ai giudici per legge tutte le intercettazioni telefoniche: qualcosa come tredici volumi. Gaetano Badalamenti rappresenta l'unica nota, diciamo così, positiva di una sentenza deludente: qualcuno lo ritiene, nell'organizzazione mafiosa, più importante addirittura dei cugini Greco. I suoi «amici» si rivolgono a lui chiamandolo rispettosamente «vossia»: i suoi accusatori dicono che sappia tutto sul traffico degli stupefacenti fra l'Italia e gli Stati Uniti. Fu condannato una sola volta a nove anni per sequestro di persona: ma è stato assolto a Catanzaro dall'accusa di associazione per delinquere. Arrestato a suo tempo, Badalamenti ha ottenuto la libertà provvisoria per le sue condizioni di salute. Fu lui che quando venne costituita la commissione parlamentare antimafia nel dicembre 1962 presiedette un summit tra le maggiori cosche per concordare un programma di «lavoro». Sarebbe stato lui — ritenuto un saggio e un moderato — a presiedere la riunione in cui si cercò inutilmente un patto di unità e di azione tra la cosca dei Greco e quella dei La Barbera. E' stato lui a dirigere i «vertici» di Milano prima e di Zurigo poi ai quali parteciparono Tommaso Buscetta e Luciano Liggio. Ieri notte non prevedeva la condanna: il p.m. aveva chiesto la sua assoluzione. Frank Coppola ha sperato fino all'ultimo momento: la condanna potrebbe significare la sua fine. E' anziano, è ammalato: sei anni sono molti per la sua età se si tiene conto che tra poco dovrà affrontare a Firenze anche il processo per l'attentato al questore Angelo Mangano. I giudici non hanno avuto perplessità perché hanno ritenuto che abbia avuto rapporti con Liggio. Se le condanne sono state deludenti (non applicabile l'aggravante della scorreria di armi le pene son diventate automaticamente miti), le assoluzioni sono addirittura clamorose. La sentenza per Tommaso Buscetta (due anni eli mesi soltanto) può anche non destare sorpresa per l'ex big della malavita americana (palermitano, 46 anni, molte amicizie influenti nel mondo politico siciliano), deve scontare la condanna pronunciata dalla corte d'assise d'appello di Catanzaro. La meraviglia semmai è per la decisione del tribunale nei confronti dei due cugini Salvatore Greco, entrambi assolti, sia pure per insufficienza di prove. I due sono, forse a ragione, ritenuti i boss di maggior prestigio e di maggior autorevolezza dell'organizzazione mafiosa in Italia e fuori d'Italia; sono latitanti dal 1963. Le due cosche si erano divise Palermo e il campo dell'attività: l'una si interessava al traffico degli stupefacenti, l'altra alle speculazioni edilizie. Inevitabilmente vennero in contrasto: Salvatore e Angelo La Barbera volevano occuparsi anche loro di stupefacenti. Salvatore Greco detto «Ciaschiteddu» (48 anni, sposato, due figlie) si rese conto che bisognava evitare uno scontro frontale. Ma per raggiungere l'obiettivo era necessario dimostrare ai suoi avversari che non aveva paura di loro. Si dice che Salvatore La Barbera lo aggredisse subito all'inizio della riunione: « Ma chi ti credi di essere? ». Salvatore Greco gelidamente replicò: «Sono il tuo dio e intendo restare quello che sono sempre stato». L'accordo, dopo questa premessa, e dopo una riunione prolungatasi per ore, fu raggiunto. Pochi mesi dopo però scoppiò ugualmente la guerra: i LaBarbera si ritennero diffidati da Calcedonio di Pisa, che lavorava per i Greco, e ne chiesero la vita per purùzione. Salvatore Greco cercò di smussare ancora gli spigoli: ma Calcedonio di Pisa fu ucciso la sera del 26 dicembre 1962 al centro di Palermo. Da quel momento, ogni pretesto fu buono per sparare. Ma quando i due Greco seppero che i La Barbera avevano preparato (giugno 1963) una Giulietta carica di tritolo (saltò in aria a Ciaculli e uccise cinque carabinieri, un agente di pubblica sicurezza e un artificiere militare) per aggredirli, lasciarono la Sicilia e da allora nessuno ha saputo più nulla. Ovvero: sapere si è saputo tutto o quasi tutto. «L'Ingegnere» e «Ciaschiteddu» continuarono a trafficare stupefacenti dal Libano, dal Marocco, da Gibilterra, da Tangeri, dal Messico e continuano ancora. Uno di loro si è incontrato quasi certamente e di recente con Liggio a Milano, un altro ha partecipato ad un vertice di Zurigo con Tommaso Buscetta. Ma i giudici hanno ritenuto che le prove indicate dall'accusa non fossero tali da giustificare una condanna. Tutto sommato i due cugini Salvatore Greco sono particolarmente fortunati con la giustizia: quello detto «Ciaschiteddu» è stato condannato soltanto una volta ad una pena molto mite a Catanzaro; l'altro ha collezionato soltanto assoluzioni per insufficienza di prove.

La Stampa 31 luglio 1974


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