Antonietta Bagarella: la bella maestrina mafiosa non potrà uscire alla sera per incontrare il suo fidanzato Totò Riina
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STORIA Antonietta Bagarella: la bella maestrina mafiosa non potrà uscire alla sera per incontrare il suo fidanzato Totò Riina 04/08/1971 

Sorvegliata speciale per due anni e mezzo a Corleone. I giudici hanno respinto la richiesta dell'invio in soggiorno obbligato, ma le hanno imposto di non muoversi dal paese natio - Non può vedere il fidanzato - Dice : « Non è possibile continuare con l'amore platonico ».

«Ninetta» Bagarella, la graziosa maestrina ventisettenne di Corleone, che secondo la polizia e i carabinieri di Palermo è « mafiosa » e, come tale, era stata proposta per l'invio in soggiorno obbligato, non dovrà lasciare il suo paese, perché i giudici della sezione speciale antimafia del tribunale hanno respinto la richiesta del p. m. Vincenzo Terranova. Il p. m. aveva sollecitato il tribunale a costringere la maestra ad abitare per quattro anni (il massimo previsto è di cinque anni) in residenza coatta. I giudici non hanno però respinto del tutto le accuse contro la bella siciliana, che sarebbe affiliata al gruppo di Luciano Liggio.

La giovane è fidanzata a Salvatore Riina e sorella di Calogero Bagarella, due latitanti, fuggiti insieme al capomafia Liggio. Riina e Bagarella debbono scontare cinque anni di soggiorno obbligato; il loro capo è stato condannato all'ergastolo, in' appello a Bari, per il duplice delitto Navarra-Russo.

Così, con una motivazione che non è ancora nota nei termini precisi, la sezione antimafia ha deciso di infliggerle due anni e mezzo di sorveglianza speciale. Anche questa è una misura di prevenzione antimafia, che viene applicata pure nei confronti dei pregiudicati e degli elementi ritenuti socialmente pericolosi. E le hanno imposto una serie di restrizioni. In sostanza « Ninetta » Bagarella per i prossimi 30 mesi sarà una « soggiornante obbligata » a Corleone anziché altrove. Non potrà lasciare il paese senza l'autorizzazione della polizia, al cui commissariato dovrà presentarsi tre volte la settimana; non potrà rincasare dopo il tramonto, cioè le 19,30, o j uscire prima delle 7 del mattino; non le sarà concesso il passaporto, che, del resto, le era stato ritirato da tempo, quando aveva tentato di andare in Venezuela con la scusa di battezzare un nipotino, figlio di una sua sorella. Inoltre le è stato vietato di inI contrarsi con il padre e i fratelli. che sono attualmente in soggiorno obbligato quali | presunti mafiosi, e con i con| giunti del fidanzato, anch'esisì in domicilio coatto.

Come si vede, ce n'è abbastanza per giungere alla conclusione che difficilmente la maestrina potrà continuare gli studi all'Università. La procura della Repubblica che aveva condiviso le accuse della questura e dei carabinieri, probabilmente proporrà appello per sollecitare ai giudici di seconda istanza la più drastica misura di sicurezza, cioè il soggiorno obbligato.

Il « caso » di Antonietta Bagarella bruna, un bel volto aggressivo, ma con uno sguardo che sa essere soave, capelli fluenti che preferisce raccogliere a "cipolla" sulla nuca, è del tutto nuovo alle cronache della mafia. Di solito, le donne in Sicilia vengono tenute estranee alle questioni dei loro uomini. Gli inquirenti, ovviamente, sanno che esse sono al corrente di molte cose e che non è vero che si limitano a « servire » i mariti, padri e figli; ma da qui ad accusarle d'essere loro stesse mafiose, il passo non è breve. La vicenda della maestrina corleonese ha, pertanto, del clamoroso e a Palermo ha diviso in due l'opinione pubblica: c'è chi la difende ma c'è pure — e sono i più — chi riconosce che ogni metodo di lotta alla mafia sia da ritenere buono.

«Per la Bagarella, ha detto un alto funzionario della questura di Palermo, non abbiamo mai avuto esitazioni perché siamo convinti che sia un "pezzo da 90" ». La ragazza si difende è accusa a sua volta polizia e carabinieri: « Sono loro dalla parte del torto, ha detto lunedì scorso, quando giunse in tribunale per l'udienza a porte chiuse; non posso essere colpevole per il solo fatto di amare Salvatore Riina. Non si può, forse, voler bene a un uomo perseguitato dalla polizia, come mio fratello Calogero? ». La giovane aveva aggiunto: « Non so nulla di Salvatore, ma vorrei che il mio fidanzato si facesse vivo per consegnarsi alla giustizia, scontando i cinque anni di soggiorno obbligato in una qualsiasi località d'Italia, dove potremmo anche sposarci. Non saremmo i primi, del resto, a farlo. Non è possibile che il nostro continui ad essere un amore platonico ».

Salvatore Riina, però, ha visto aggravarsi la sua posizione. Il sostituto procuratore Marvullì, di Genova, ila spiccato nei suoi confronti un ordine di cattura per una rapina che avrebbe commesso con 6 complici nel capoluogo ligure; tra questi complici, il palermitano Gerlando Alberti (latitante), il cui nome è stato fatto per l'uccisione del procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, e del suo autista, l'agente di custodia Antonino Lo Russo.

La Stampa 4 agosto 1971


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