Carcere minorile Ferrante Aporti: quasi sempre dal riformatorio si esce delinquenti
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STORIA Carcere minorile Ferrante Aporti: quasi sempre dal riformatorio si esce delinquenti 03/05/1969 

Al Ferrante Aporti manca persino l'acqua per lavarsi. Dichiarazioni del Direttore: « In 8 anni non ho mai visto un Procuratore fisso. Non avendo il tempo per risolvere i problemi, essi si adoperano per far restare come sono le cose che vanno cambiate» - «I giovani sarebbero recuperabili se per il salvataggio si usassero mezzi adatti».

Durante le giornate calde delle « Nuove », si temette che potesse accadere qualcosa anche al «Ferrante Aporti »: la febbre delle sbarre è contagiosa. Ma non successe nulla. E pare che i 135 ospiti dell'Istituto, seguissero alla tv le fasi del dramma senza una diretta partecipazione, quasi per dimostrare anche a se stessi che un fiume di speranza separa i loro problemi da quelli dei carcerati in rivolta. Però, mai come in quei giorni, mentre i ragazzi facevano ressa in venti o trenta dinanzi a un unico gabinetto o rubinetto (spettacolo quotidiano), fu avvertita dal personale interno la scandalosa disfunzione della macchina governativa, che non concede al rieducando nemmeno acqua sufficiente per lavarsi e lo condanna a un fetore insopprimibile da quando si alza, le sette in punto, fin dopo le diciotto, ora in cui va a tirar calci al pallone nel .vasto campo sportivo (non è lo spazio che manca al « Ferrante Aporti », disteso su 50.000 metri quadri tra area coperta e scoperta).

E' specialmente all'aria libera che i ragazzi possono scaricarsi delle loro miserie. I giovani disadattati li inventa la società, ma poi li paga cari. Ognuno di questi « pensionati » costa cinquemila lire giornaliere allo Setto, delle quali appena cinquecento vengono assorbite dal vitto (sempre scarso): il rimanente sparisce nel calderone delle spese generali, che le decrepite strutture rendono enormi.

E' la sola realtà matematica del « ricupero » minorile. Tutto il resto, in mancanza di direttive precise ed efficaci, dipende dalla personalità del capo d'istituto, della sua determinatezza nella confusione e il pressapochismo dei regolamenti e soprattutto dal suo coraggio nell'assumere responsabilità. «Si tira avanti tra polemiche e cicchetti, sotto un peso di controlli essenzialmente fiscali — dice Filippo Cristofanelli, direttore, del "Ferrante Aporti": un giovane marchigiano dallo l sguardo triste e si capisce, col mestiere che fa. — Sono qui da otto anni e non ho mai visto un Procuratore " fisso " ai minorenni. Tre, quattro mesi e arriva un altro. Ciascuno, mancandogli il tempo d'acquistare l'esperienza indispensabile per una funzione tanto impegnativa, si adopera a far restare come sono le cose che andrebbero cambiate. Io lotto continuamente per cambiare qualcosa. I ragazzi sarebbero tutti ricuperabili se il salvataggio avvenisse coi mezzi adatti. Il primo è la comprensione: non si è mai abbastanza umani con loro. Nell'Istituto ci sono cinque educatori, tutti appassionati del proprio lavoro (sennò chi glielo farebbe fare? Guadagnano settantamila lire-al mese), che riescono a creare un clima "da famiglia ". Poi diamo a tutti una certa istruzione: abbiamo scuole che fuori possono invidiarci, elementari e medie, con insegnanti statali e aule spaziose per turni di non più di dieci allievi. Contemporaneamente, cerchiamo di avviarli a un mestiere, con sette corsi professionali, sotto la guida di tecnici esperti. Per il tempo libero, tre campi sportivi, una palestra attrezzistica e una sala da spettacolo. Chi vuole può studiare musica, c'è anche il maestro. Organizziamo concertini, recite, visite ai musei e alle mostre: io cerco, sia pure infrangendo le regole, di proiettare il più possibile verso l'esterno i minori, perché non si sentano inscatolati ».

Altre infrazioni: lascia ai ragazzi le stringhe, la cintura e i piccoli oggetti personali (c'è chi tiene disperatamente a un bicchiere in plastica appartenuto alla madre, morta alcoolizzata: si hanno i ricordi che la vita permette); e gli dà anche qualche spicciolo quando escono. Chi vuole scappare, dice, scappa: le porte sono aperte, Ma se qualcuno scappa, il direttore paga. Otto anni fa un giovinetto della « Sezione di custodia » venne trasferito al' riformatorio giudiziario di Pesaro. Partì senza manette, essendo minore, in compagnia di due dipendenti dell'Istituto. Ma all'arrivo se la squagliò; e proprio quel giorno compiva diciott'anni, età considerata maggiore a tutti gli effetti, incatenamento compreso, dal Codice di procedura. Siccome il « prigioniero » aveva festeggiato il suo compleanno a mata sciolte, l'allora direttore del « Ferrante Aporti », dottor Masone, e i due accompagnatori, furono rinviati a giudizio: la legge scatta come una trappola, peggio per chi c'è dentro. E anche il minore, se resta tra le maglie, povero lui. Un primo fallo, che è l'atto d'un momento, può disegnare il profilo della sua intera esistenza. Una volta messo in moto l'ingranaggio giuridico, articolato su tre competenze — civile, penale, amministrativa — impossibile fermarlo. Le competenze procedono ognuna sul proprio binario e i binari, come nella sotterranea, possono sovrapporsi; in tal caso il « penale » ha la precedenza sull'«amrninistrativo», che però ha un itinerario più lungo, arrivando ai 21 anni del soggetto.

E allora succedono fatti aberranti. «Giovanni, un ragazzo di Alessandria, amava i motori. Rubò successivamente tre macchine per farsi un giretto — racconta l'educatore Giuseppe Orlando. — Ebbe il perdono giudiziario al primo furto. Al secondo, nove mesi con la condizionale e un provvedimento amministrativo da parte del Tribunale minorile, per un ricovero dì due anni in Istituto. Quando giunse al "Eerrante Aporti " aveva circa 17 anni: restò quattro mesi in Osservazione e nove mesi in Casa di rieducazione. Nel frattempo ebbe luogo il terzo processo e Giovanni si buscò nove mesi di reclusione. Ma aveva già diciotto anni, per cui fu revocata la condizionale precedente e gli toccò andare alle " Nuove " per farsi diciotto mesi. Dopo di che, essendo sempre in corso il provvedimento amministrativo, dovette completare la sua " rieducazione " a Bosco Marengo, che accoglie giovani sino a 21 anni ».

Oppure, succede che una pratica si addormenti presso il Tribunale minorile, per svegliarsi quando una situazione si è risolta da sola; e che i carabinieri, avvertiti da un fonogramma, vadano a prelevare un minorenne, ormai rinsavito, sul posto di lavoro. Molto spesso, dunque, l'opera di « salvataggio » non fa che aggiungere frustrazioni a quelle già sofferte dai ragazzi. Gl'istituti sono, per lo più, come il «Ferrante Aporti », sanabili unicamente con una carica di dinamite; e sottoposti a leggi elaborate a tavolino da giuristi che non sapevano niente sui ragazzi detti difficili, e comunque pensavano fosse meglio punirli. «Inoltre, ed è il fatto più grave, una stessa matrice di formazione penitenzialistica accomuna i minori agli adulti — dice Filippo Cristofanelli. — E urge, sì, ricostruire le Case e riformare le leggi. Ma bisognerà anzitutto: primo, sganciare il settore giuridico minorile da quello dei maggiorenni; secondo, limitare i compiti della giustizia, che oggi interviene anche nei casi puramente assistenziali, a quelli di sua esclusiva pertinenza; infine, ristrutturare i Tribunali per i minori, immettendovi magistrati con una preparazione specifica sui problemi dei giovani. I quali, lo sappiamo, escono etichettati dal minimo contatto col terzo potere; e dopo, per quanto ci si prodighi, non riescono facilmente a reìnserìrsi in una vita normale».

La Stampa 3 maggio 1969


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