Catello Maresca: il NIC ha perso capacitÓ operative, il 41-bis un luogo da visite turistiche. Al DAP serve ancora magistrato antimafia
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MAFIA 41-BIS Catello Maresca: il NIC ha perso capacitÓ operative, il 41-bis un luogo da visite turistiche. Al DAP serve ancora magistrato antimafia 19/07/2020 

Il magistrato Catello Maresca torna a parlare di carceri, di DAP e di chi dovrebbe essere a capo di un settore così delicato per la sicurezza del Paese. Lo fa dalle pagine di Juorno.it, il portale di informazione di Napoli che racconta l'Italia dal Sud. Catello Maresca è partito dalle recenti dichiarazioni di Valerio Onida, Presidente emerio della Corte Costituzionale che nei giorni scorsi aveva lanciato la proposta che alla guida del DAP andasse un uomo della burocrazia e non un magistrato, addirittura un magistrato antimafia. 

È desolante constatare come ancora nel 2020 ci sia una così grave sottovalutazione del fenomeno mafioso. Una sottovalutazione che è frutto di un approccio sbagliato e superficiale. Si sostiene ancora, anche da alti ambiti istituzionali, che i magistrati antimafia debbano restare lì buonini a fare il loro compitino. Magari in silenzio, senza commentare, senza proporre, senza pensare. Mi chiedo allora che cosa ci hanno lasciato in eredità Falcone e Borsellino, due magistrati sacrificati sull’altare della lotta alla mafia. Due uomini che tutto erano tranne che magistrati allineati. Due uomini liberi, dalla schiena dritta.

C’è forse chi pensa ancora che la lotta alle mafie si possa relegare alle sole aule giudiziarie? C’è ancora chi addirittura crede che la gestione e la politica del sistema carcerario debbano essere lasciate a zelanti funzionari ministeriali, ricchi di esperienza su scartoffie varie, ma purtroppo a secco di esperienza e conoscenza del campo di battaglia?

Se io avessi una malattia operabile mi affiderei sempre al miglior chirurgo disponibile, con più operazioni all’attivo e non certo al pur bravo teorico professorone senza esperienza operativa. Ma sono opinioni. Io la penso così e ritengo che molti problemi non si riescono a risolvere proprio perché non ci si affida a chi lavora, opera sul campo.

Le Commissioni di soli teorici mi fanno sempre un po’ paura. Rischiano di partorire le soluzioni, astrattamente anche le migliori possibili, ma spesso irrealizzabili in concreto e sganciate dalla realtà. Ricordo sempre l’esempio del cecchino infallibile in allenamento che poi sul campo di battaglia non riesce a mantenere il necessario sangue freddo.

Ma la questione di affidare un ufficio strategico come il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) ad un magistrato antimafia seriamente impegnato nella lotta alle organizzazioni mafiose e riconosciuto come tale, ha implicazioni e significato ancor più profondi. Significa mettere al centro della strategia antimafia la questione carceraria. È fin troppo noto che le dinamiche criminali interne agli istituti di pena sono ancor più pericolose di quelle esterne. Per un motivo anche intuitivo. Quasi tutti i capi delle organizzazioni mafiose sono detenuti. Ed invece da anni ormai non esiste, non dico una strategia, ma alcun tipo di idea su questo delicato tema. Ecco perché, caro presidente Onida, servirebbe l’esperienza di un magistrato antimafia. Ma c’è di più. La stessa Polizia Penitenziaria non ha una guida chiara sul punto. Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, capace per il passato di attività straordinarie, per quanto mi risulta non ha più la stessa capacità operativa.

Ci sarebbe poi anche il fronte della lotta al terrorismo internazionale ed all’eversione interna, ma andremmo su prospettive avveniristiche, sconosciute ai più. Immaginate che contributo potrebbe dare qualche magistrato antimafia e antiterrorismo su questi aspetti oggi quasi completamente abbandonati. Invece, purtroppo, bisogna ancora una volta constatare come la tendenza sia completamente diversa. Burocrati e burocratese hanno invaso campi di operatività rendendoli inefficaci ed inefficienti. Recenti visite ai reparti 41 bis che hanno connotazioni più turistiche che ragioni istituzionali dimostrano il dilagare di questa tendenza.

Sono i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria purtroppo. Ci aspetta un’altra durissima stagione di contrasto alle mafie, sempre più pericolose ed agguerrite, favorite da questo miope atteggiamento negazionista o riduttivista. Il 19 luglio ricorderemo come ogni anno la strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta. Persone dalla schiena dritta, capaci di comprendere in anticipo la gravità del pericolo mafioso e liberi di combatterlo fino alla fine, consapevoli che il loro sacrificio avrebbe segnato una svolta. La svolta ci fu, c’è stata, ma è durata poco. Poi si è tornati al periodo pre Falcone e Borsellino. Speriamo che duri poco anche questo brutto periodo e che non ci sia bisogno di altre vittime sacrificali perché lo Stato possa riaprire gli occhi. Si deve al più presto aprire una nuova stagione costituente antimafia. Servono nuove regole condivise per fronteggiare le mafie moderne, finanziarie e tecnologiche. Ogni giorno perso è un vantaggio per i mafiosi ed un danno per le persone perbene.

Siamo in una fase, quella dell’emergenza post pandemia virale, in cui la spesa pubblica si dilaterà in maniera incredibile anche grazie a risorse (si parla di centinaia di miliardi di euro) che saranno stanziate dalle autorità comunitarie per consentire agli stati membri come l’Italia di riavviare i motori dell’economia, favorire la ripresa dei consumi e ristrutturare l’intero sistema sanitario pubblico per adeguarlo ad un futuro rischio contagio di ritorno del coronavirus. In questo contesto che sicuramente favorirà gli appetiti mafiosi (ci sono già molte inchieste che lo evidenziano), così come è stato ben denunciato anche dagli analisti della Direzione investigativa antimafia nella Relazione semestrale inviata al Parlamento italiano, è davvero un peccato constatare che c’è ancora chi pensa che non servano i magistrati antimafia. Che devono stare lì, tranquilli, a fare il loro compitino e a non disturbare troppo.

di Catello Maresca - Juorno.it

 

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