Cento carcerati senza sbarre lavorano e vivono in libertÓ
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STORIA Cento carcerati senza sbarre lavorano e vivono in libertÓ 19/11/1971 

L'iniziativa presa da un giudice istruttore a Modena. Sono occupati nei campi e nelle fabbriche e possono circolare liberamente - Gli ospiti delle case di lavoro vengono avviati in gruppo alle occupazioni esterne - In due anni non è mai stato registrato un reato, mai un caso di irreperibilità - Una « équipe » di specialisti li aiuta a reinserirsi presto nella società.

Carcerati senza sbarre, liberi. Sono un centinaio, tutti delinquenti abituali. Dormono in pensioni ed alberghi o in cascine, oppure in locali attigui alle officine nelle quali lavorano. Al mattino si alzano all'ora che richiede il loro lavoro, vanno nei campi o nelle fabbriche, nelle fornaci o nelle industrie enologiche. Quando hanno finito il loro turno possono andarsene in giro dove vogliono: a fare acquisti, a trovare amici, a cercare ragazze. Basta che siano a dormire alle 10 di sera.

Ergastolo bianco

Questo sta avvenendo a Modena, in città e in provincia, con i carcerati che hanno già scontato la pena, ma devono ancora scontare la misura di sicurezza nella casa di lavoro, quella che i detenuti chiamano « l'ergastolo bianco ». Per queste misure, infatti, sono fissati dei minimi, ma mai dei massimi e capita che i giudici di sorveglianza, cui spetta . giudizio sul grado di pericolosità, continuino indefinitamente a ritenere quei detenuti non idonei ad affrontare la società e quindi ad ottenere la libertà. L'iniziativa e la responsabilità di questo esperimento, che è un'anticipazione della riforma carceraria già approvata dal Senato ma non ancora dal Parlamento, sono di un giudice istruttore che è anche giudice di sorveglianza delle carceri modenesi, il dott. Walter Boni, il quale è affiancato da un équipe di criminologi e specialisti. «Come potrei, io, giudicare se un carcerato è ancora pericoloso o no — dice il dott. Boni — se queste misure di sicurezza non sono altro che un doppione della pena? Ho bisogno di saggiare questi uomini, di metterli a contatto con il mondo esterno e con le sue tentazioni, ma a poco a poco e in condizioni favoi revoli per un loro reinserimento nel mondo civile ».

In Italia la popolazione carceraria è di 25 mila persone, di cui 2 mila sono delinquenti abituali e come tali giudicati pericolosi. A questi ultimi, in sede di condanna, vengono inflitte, oltre alla pena, le misure di sicurezza che consistono nel lavoro obbligatorio e che possono durare come minimo un anno per i contravventori alla legge Merlin; ma più facilmente i minimi sono fìssati in due o quattro anni per coloro che, come i ladruncoli, sono recidivi.

Questi 2 mila ex detenuti, sono internati in cinque case di lavoro, di cui due si trovano in provincia di Modena, a Castelfranco Emilia e a Saliceto S. Giuliano, e sono sotto la sorveglianza del dott. Boni, che è qui dal 1964. Il giudice Boni non se la sentiva di svolgere con leggerezza questo compito. Già da tempo aveva fatto presente al ministero che si trovava in difficoltà a rilasciare licenze agli internati e ad esaminare la loro pericolosità per la mancanza di strumenti idonei. Ha cercato una scappatoia e l'ha trovata nelle pagine del regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, quello che ancora oggi è in vigore e dev'essere sostituito dalla riforma penitenziaria.

La via d'uscita era offerta dall'articolo 283 che prevede « la concessione di licenze per gravi esigenze personali e familiari ». Il futuro inserimento dell'ex detenuto, ha pensato il dott. Boni, è senza dubbio una grave esigenza personale. Così, due anni fa, ha cominciato a concedere queste licenze quindicinali, via via rinnovabili ad internati che andavano a lavorare fuori della casa di lavoro.

Il ministero ha tenuto d'occhio questo esperimento e nel settembre 1970, su proposta del consigliere dott. Giuseppe Di Gennaro, direttore dell'ufficio studi, il dott. Pietro Manca, direttore generale degli istituti di pena, ha ufficialmente costituito a Modena un « Servizio per l'osservazione e il trattamento dei sottoposti a misure di sicurezza ». Al dott. Boni è stato affiancato un gruppo di specialisti diretto dal prof. Francesco De Fazio, titolare incaricato della cattedra di Antropologia criminale dell'Ateneo modenese e composto da due psichiatri, una psicologa, un internista e due assistenti sociali.

Lavori esterni

Gli ospiti delle case di lavoro modenesi vengono cosi avviati alle occupazioni esterne, nelle campagne e nelle fabbriche; ma si ha però cura di non tenere questi internati isolati, ma uniti in gruppi. Purtroppo non ci sono sufficienti posti per tutti i 550 ospiti delle due case, dato che nei vari settori si sta lamentando una certa crisi e in agricoltura i lavori stagionali sono finiti. Si fanno turni a rotazione, non facili da combinare, perché chi gode della libertà del lavoro all'esterno non vorrebbe più rinunciarvi. Questi internati, una volta immessi, seppure provvisoriamente, nel mercato del lavoro libero, ricevono le tariffe sindacali come ogni altro lavoratore e tengono per sé il denaro guadagnato, con il quale devono provvedere al loro vitto. Una differenza enorme rispetto alle contribuzioni che vengono percepite da chi compie questo lavoro interno, il quale dovrebbe servire, secondo lo spirito della misura di sicurezza, come « riadattamento alla vita sociale ».

Ad esempio, un sarto che lavora a cottimo nella casa di Saliceto S. Giuliano, sette ore al giorno, percepisce una paga di 780 lire giornaliere; un operaio di prima categoria che monta apparecchiature elettriche, guadagna 580 lire al giorno. Da queste somme c'è da togliere un decimo per il risarcimento del danno e a titolo di rimborso delle spese del procedimento; inoltre al momento della scarcerazione l'internato deve corrispondere all'Erario 350 lire al giorno per le spese di mantenimento.

Lavorare all'esterno significa quindi, per questi internati, scoprire la soddisfazione del lavoro e del guadagno e del piacere di riprendere contatto con la società. Finora non si è verificato alcun incidente. In tutti gli ambienti di lavoro gli altri operai hanno accolto i nuovi arrivati senza prevenzioni, con cordialità. Ed essi si sono comportati in maniera perfetta, nessuno ha mai commesso un reato, nemmeno un piccolo furto. Giova molto il fatto del raggruppamento: sono talmente gelosi della conquistata libertà, anche se provvisoria, da controllarsi a vicenda, per evitare che qualcuno commetta un errore che potrebbe poi tornare a svantaggio di tutti. Rapporto umano « In due anni — dice il dott. Boni — non ho registrato nemmeno un caso di irreperibilità: nessuno di quelli usciti per lavoro ha pensato di fuggire: mentre invece la percentuale di irreperibilità è un po' aumentata (dal 6 al 7 per cento) fra coloro che usufruiscono soltanto di licenze saltuarie ».

« La nostra équipe — dice il criminologo prof. De Fazio — ha istituito con gli internati un rapporto umano, abbiamo rotto il diaframma che esisteva tra il giudizio e l'esecuzione della pena. Questa gente ora impara a risolvere i loro problemi, a prendere contatto con il mondo esterno, a discutere con un linguaggio civile. Il nostro è il metodo della individualizzazione della pena che deve contrapporsi al sistema tradizionale, il quale ha dimostrato il proprio fallimento in quanto la pena retributiva del castigo non impedisce la recidiva ».

M. T., 43 anni, napoletano, da sei mesi occupato nella fornace S. Stefano di Maranello, dice: « Sono entrato in galera la prima volta a 18 anni e in totale ho scontato 17 anni, tutti per furti, gioco d'azzardo, oltraggio. Prima di questo periodo non avevo mai lavorato ed ho scoperto che è una cosa bellissima; se l'avessi saputo, avrei incominciato da ragazzo ». I datori di lavoro di questi internati sono tutti concordi nel dire che hanno volontà e un comportamento irreprensibile. Uno di questi uomini che lavorava con le « licenze » del dott. Boni, — romano, 51 anni, 11 anni di detenzione per rapina — ora che ha finito la misura di sicurezza, è diventato capo officina, in città, e ha alle sue dipendenze 22 operai. Dice il proprietario dell'azienda: «Se fa un conto non arrotonda mai la cifra, neanche di due lire, perché gli sembrerebbe di compiere un'azione disonesta ».

La Stampa 19 novembre 1971
 


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