Estorsioni e pizzo continuava a gestirli dal carcere: ritenuto il boss di una cosca di ndrangheta a Reggio Calabria
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MAFIA 41-BIS Estorsioni e pizzo continuava a gestirli dal carcere: ritenuto il boss di una cosca di ndrangheta a Reggio Calabria 20/12/2018 

Nonostante fosse stato arrestato nel 2014, nell’ambito dell’operazione “Vecchia Guardia”, e si trovasse dunque in carcere, il presunto boss della cosca di ‘ndrangheta dei Cianci-Maio-Hanoman di San Martino di Taurianova, avrebbe continuato dal penitenziario, per tramite dei i suoi familiari, ad impartire disposizioni per estorcere denaro o beni a proprietari terrieri, imprenditori e commercianti.

Se ne dicono certi gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta da Giovanni Bombardieri: stamani così la Squadra Mobile del capoluogo, insieme ai colleghi dei Commissariati di Taurianova e Cittanova, ha eseguito otto arresti - di cui sei in carcere e due ai domiciliari – nei confronti di altrettante persone di Taurianova accusate oggi e a vario titolo di associazione mafiosa (ovvero di far parte proprio della cosca Cianci-Maio-Hanoman), ma anche di estorsione ed intestazione fittizia di beni.

GLI INDAGATI

Tra le sbarre sono finiti Domenico Cianci (1947); Concettina Gligora (1979); Domenico Forgetti (1985); Giuseppe Mavrici (1974); Damiano Forgetti (1985) e Annunziato Chirico (1967). Ai domiciliari, invece, Rachela e Damiano Cianci (rispettivamente del 1945 e del 1940).

IL POTERE DEL CLAN NEL CONTESTO AGRICOLO E PASTORALE

LE INDAGINI - coordinate dall’Aggiunto Calogero Gaetano Paci e dal Sostituto Giulia Pantano - sono partite all’indomani dell’inchiesta “Vecchia Guardia”, che nel 2014 aveva colpito la cosca di San Martino di Taurianova, con a capo il 71enne Domenico Cianci.

Dopo l’arresto del presunto boss, le investigazioni erano infatti proseguite intercettando i colloqui in carcere di quest’ultimo con i suoi familiari e scoprendo come appunto Cianci desse ordini a quest’ultimi relativi alla presunta attività estorsiva.

L’esistenza e l’operatività della cosca Cianci-Maio-Hanoman è stata accertata con delle precedenti inchieste della Dda (in particolare la “Tutto in famiglia” (LEGGI) e la “Vecchia Guardia”), che avrebbero fotografato la spartizione del territorio di San Martino, conteso tra due famiglie: i Cianci e i Zappia.

Due clan che attualmente non risultano in conflitto tra di loro, anzi - e secondo gli inquirenti - coesisterebbero esercitando la loro influenza, imponendo estorsioni sulle operazioni immobiliari e attraverso l’antico metodo della “guardiania” sui fondi agricoli. Si tratta in realtà di un potere mafioso esercitato in un contesto che è essenzialmente agricolo e pastorale.

IL RUOLO DELLE DONNE, DALLA GESTIONE AI MESSAGGI IN CARCERE

I coinvolti nell’operazione di oggi, battezzata “Quieto vivere”, sono ritenuti per lo più appartenenti allo stretto nucleo familiare di Domenico Cianci.

In particolare si tratta di fratelli, generi e nipoti del boss, che dato lo stato di detenzione del 71enne avrebbero così preso le redini della cosca, rispondendo, però, sempre agli ordini del vecchio capo.

Un altro ruolo in quest’ambito, sottolineano gli investigatori, sarebbe quello ricoperto poi dalle donne di famiglia, in particolare Concettina Glicora e Rachela Cianci.

La tesi è che abbiano cooperato nelle attività mafiose, con ruoli di gestione del denaro e di amministrazione nell'ambito della cosca, oltre che essere un tramite di comunicazione dei messaggi verso l'esterno del capo famiglia detenuto.

Quanto invece a Damiano Cianci, Domenico Forgetti, Giuseppe Mavrici, Rachela Cianci, Concettina Gligora, Damiano Forgetti e Annunziato Chirico, sono tutti indagati per associazione mafiosa come presunti appartenenti allo stesso clan del mandamento tirrenico.

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