Il capo delle Brigate rosse Renato Curcio arrestato a Pinerolo con il suo aiutante
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STORIA Il capo delle Brigate rosse Renato Curcio arrestato a Pinerolo con il suo aiutante 10/09/1974 

Domenica alle 10,20, sulla strada per Orbassano, a un passaggio a livello - Da due anni sfuggivano alle ricerche - Sarebbero coinvolti nei rapimenti del sindacalista Labate (Cisnal), del cav. Amerio (dirigente Fiat) e del giudice Sossi - Responsabili di alcune rapine in banca? - Le fasi della cattura - Sull'auto, targata Bologna, avevano una pistola e una bombola di gas lacrimogeno - I carabinieri: "Preparavano il sequestro di un ministro".
La « mente » delle Brigate rosse, il capo riconosciuto del movimento eversivo, Renato Curdo, 33 anni, laureato In sociologia all'Università di Trento, colpito da tre ordini di cattura, è caduto nella rete che I carabinieri gli tendevano da due anni. Con lui è stato arrestato Il suo « braccio destro », Alberto Franccschlni, 27 anni, laureando in legge. L'operazione è stata compiuta dal nucleo di polizia giudiziaria della 1' Brigata dei carabinieri, al comando del generale Dalla Chiesa. Il Curcio era ricercato, tra l'altro, per il rapimento del dirigente Fiat cav. Amerio; ma è opinione della magistratura che anche negli altri clamorosi sequestri (quello del sindacalista Cisnal, Labate, e del giudice genovese Sossi) il « cervello » delle Brigate rosse abbia avuto una parte di primo piano. Sia Amerio che Sossi furono concordi nel riferire agli inquirenti: « Chi ci interrogava era una persona preparata, aveva un livello culturale più che universitario e solide basi in parecchie discipline ». Di tutti i « brigatisti » finora arrestati o ricercati, solo il Curcio risponderebbe a queste caratteristiche intellettuali. La cattura dei due giovani è avvenuta domenica mattina, nei pressi di Pinerolo. Fin dal maggio scorso, subito dopo la liberazione di Sossi, I carabinieri avevano organizzato nuclei speciali per dare la caccia ai rapitori. Gruppi di radiomobili civetta con quattro uomini hanno battuto tutta Italia alla ricerca di Alberto Franceschini stato segnalato ad Ischia, Bologna, Novara, Biella, Pinerolo. Hanno collaborato alle ricerche le pattuglie di militari a piedi. E proprio da questi corpi è giunta, domenica mattina, la segnalazione decisiva. Verso le 8 al centro del nucleo speciale, nella caserma di via Cernala, è squillato il telefono. All'altro capo del filo un vicebrigadiere di Pinerolo. « Finalmente l'uccello è nella l rete. Ho visto Franceschini In città. Con lui c'e un uomo baffuto, sut trent'anni. Assomiglia moltissimo al Curcio. Li stiamo seguendo ». Scattato subito l'allarme, auto e furgoncini civili convergono nella zona. Sono istituiti blocchi stradali. Alle 10,20 il momento fatale della resa dei conti. Da poco i due brigatisti hanno abbandonato Pinerolo su una "128" blu targata Bologna, risultata poi di appartenenza della Azienda tranviaria di quella città. Guida il Curgio. A velocità moderata imboccano la strada che porta a Piossasco ed Orbassano. Ma non vanno lontano. Un chilometro oltre il ristorante « Macumba » devono fermarsi al passaggio a livello chiuso. Racconta la casellante, Vittoria Bincoletti: « Doveva passare il treno per Torino, il traffico fino allora era stato molto scarso. Mi ha colpito la coda di vetture in attesa dalla parte di Pinerolo. Ho notato, dietro la "128", una Alfa scura targata Roma, un pullmino bianco di Milano ed altre "Giulie" mescolate ad utilitarie. Ricordo di aver pensato: "Che strano, su nessuna macchina c'è una donna ». Qualche minuto di attesa ed è transitato il convoglio. La Bincoletti è rientrata per manovrare il congegno che solleva le sbarre. « Lo avevo appena messo in funzione — ricorda — quando ho sentito un'auto accelerare e subito dopo una frenata brusca ed un fracasso di lamiere. Poi delle urla concitate ». Pensando ad un incidente si precipita fuori con in braccio il figlio Daniele, 2 anni. Le si presenta una scena da film poliziesco. Una "Giulia" bianca si è affiancata alla « 128 » blu, sbarrandole con il muso la marcia. Due uomini, pistole in pugno, si stanno avvicinando al guidatore intrappolato. Altri uomini armati, scesi dall'Alfa dietro alla « 128 » e dal furgoncino di Milano, accorrono per bloccare l'altro brigatista. Sorpreso, Renato Curcio non fa neppure un gesto di reazione. Immobilizzato da un carabiniere continua a tenere le mani sul volante. Più svelto Alberto Franceschini. Spalanca la portiera, tenta la fuga attraverso i campi. Un paio di metri e finisce nelle braccia dei carabinieri. « Muoviti, fai qualcosa », urla al compagno che si limita soltanto a guardare la scena nel retrovisore, preoccupandosi però di tenere le mani sempre bene in vista. A calci e spintoni Franceschini cerca ancora di liberarsi dalla morsa di parecchie braccia. Prima di essere ammanettato grida rivolto ai pochi automobilisti che osservano dall'altra parte del passaggio a livello: « E' un attentato fascista. Che cosa aspettate ad aiutarmi? ». Quando i ferri scattano intorno ai polsi si calma, beffardo aggiunge: "Beh, perquesta volta vi è andata bene". Tranqillo sale su una vettura che parte diretta a Torino. Curcio lo segue sul furgoncino, imprecando. Franceschini aveva addosso sei patenti con nomi diversi. Quando gli chiedono: n Ma, allora, qual è il suo vero nome? », si scuce le labbra: "Che importanza ha? Scegliete pure voi tra i due che vi piacciono di più. Non prendetevi la briga di avvisare i nostri parenti né di chiamare gli avvocati. Parleremo solo con il magistrato ». Poi hanno cambiato idea, chiudendosi In un mutismo assoluto. Il giudice istruttore, dott. Caselli, li ha interrogati nella notte di domenica, senza però cavargli di bocca neppure una sillaba. Nel cruscotto della « 128 » è stata trovata una pistola calibro 7,65 con i numeri di matricola resi illeggibili ed una bomboletta « spray » di gas lacrimogeno. Nelle tasche delle portiere alcune carte che gli inquirenti definiscono « interessanti ». Agli arrestati, i carabinieri hanno sequestrato un proiettile calibro 38 (pallottole dello stesso tipo erano già state trovate addosso ad altri « brigatisti », probabilmente sono un segnale di riconoscimento in seno all'organizzazione), un mazzo di chiavi ed una chiavetta per cassetta di sicurezza. A che cosa serviva questo arsenale? Tutte le contestazioni del magistrato hanno incontrato un ostinato silenzio. Ieri sera Curcio e Franceschini sono stati trasferiti in due carceri piemontesi. Secondo i carabinieri stavano preparando il rapimento di a un'alta personalità dello Stato, probabilmente un ministro ».

La Stampa 10 settembre 1974


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