L'ex direttore di Rebibbia ha ricevuto un avviso di procedimento giudiziario per gli incidenti di un anno fa nel carcere modello
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STORIA L'ex direttore di Rebibbia ha ricevuto un avviso di procedimento giudiziario per gli incidenti di un anno fa nel carcere modello 01/08/1973 

Insieme con l'ex responsabile della prigione, hanno avuto la comunicazione dal magistrato anche altri funzionari del carcere e del ministero - Il racconto d'un detenuto sui presunti "pestaggi" ai quali sarebbe stato sottoposto da parte di agenti di custodia.

A porre sotto accusa il sistema penitenziario italiano c'è adesso, da Roma, la conclusione ormai prossima dell'inchiesta giudiziaria su uno degli episodi più sconvolgenti della storia carceraria del Paese: la violenta reazione di alcuni secondini contro 45 detenuti, la sera dell'11 luglio 1972, all'indomani di una rivolta nel penitenziario più moderno d'Italia, quello di Rebibbia. Sino a oggi sono sfilati dinanzi al giudice istruttore Renato Squillante che guida l'inchiesta, l'ex direttore di Rebibbia, Giuseppe Castellano, con i suoi due vice. Barbera e Ricci. E' stato quindi ascoltato l'ispettore generale del ministero della Giustizia, Marcello Buonamano e, più tardi, l'ex direttore di «Regina Coeli» Filippo Vastola.

Sono poi comparsi dinanzi al magistrato ufficiali, graduati e agenti di custodia. Una comunicazione giudiziaria è stata infine spedita al dottor Giuseppe Anselmi che l'anno scorso dirigeva il servizio medico del carcere. Tutti quanti sono, per ora, indiziati di reato, ma a Palazzo di giustizia si apprende che il dottor Squillante, al termine dell'inchiesta, firmerà nuovi provvedimenti che aggiorneranno alcune posizioni. Il segreto istruttorio impedisce di avere maggiori detta| gli, ma due sono stasera i reati che si ipotizzano: il falso in atto pubblico e la calunnia commessa dai funzionari che, falsificando i rapporti, hanno attribuito a un gruppo di reclusi la resistenza a pubblico ufficiale. Ancora non si sa invece come verrebbero inquadrate le violenze subite dai detenuti. Sulla triste notte del carcere di Rebibbia illuminante appare la denuncia presentata alla Procura della Repubblica dal difensore di Luigi Zanche che assieme a Gerardo Di Gennaro, Carlo Di Maria e Giancarlo Protasi, affermò di aver subito le violenze dei secondini.

Erano le 22, giocavano a carte e improvvisamente udirono passi frettolosi nel corridoio e gli spioncini serrarsi. La porta della cella fu aperta improvvisamente. «Davanti alla porta, nel corridoio — denuncia il legale — c'era la guardia del piano che si allontanava in fretta. Poco più in là, dieci agenti erano ad aspettare: tutti senza cappello, senza cravatta, la camicia aperta sul petto, le maniche rimboccate ». «Una di queste guardie chiamò Zanche e subito dopo il Di Gennaro, ordinando loro di uscire nel corridoio. Appena uscito e senza che gli venisse detto alcunché, lo Zanche venne afferrato per le braccia da due guardie e condotto, passando per la rotonda del primo piano, al piano terreno. «Sulle scale stazionavano altri 6 o 7 agenti di custodia uno dei quali (un biondino alto e magro, che Zanche si dice in grado di riconoscere) lo colpì con due calci. Mentre scendeva le scale, altri calci, colpi e schiaffi raggiungevano Zanche il quale però, abbassando istintivamente la testa per ripararsi, non individuò quali degli agenti lo stavano picchiando».

I quattro reclusi sarebbero stati condotti al pianterreno dinanzi alla «cabina» del maresciallo dove erano ad aspettarli altri agenti di custodia che, sempre secondo la denuncia dell'avvocato, «cominciarono a bastonare i quattro detenuti». Zanche sarebbe stato colpito alla gola di striscio e sentendosi mancare si piegava su se stesso, ma veniva ancora colpito a manganellate sul fianco sinistro. Quindi un agente, tenendo nella mano destra un manganello e afferrando Zanche con la sinistra, lo avrebbe portato verso il cancello del braccio. II legale afferma che il «pestaggio» continuò fin quando «Zanche ed altri sette detenuti, via via sopraggiunti» furono posti in ginocchio con le mani dietro la schiena.

Per tre giorni al detenuto Zanche fu impedito un colloquio con il difensore sin quando la mattina del 14 (riportiamo ancora dalla denuncia) «essendo aumentato il malessere ed avvertendo mal di stomaco con conati di vomito, chiese di nuovo all'agente di chiamare il medico; questi arrivò poco dopo, visitò lo Zanche, potè constatare i lividi che aveva sul corpo ed accertò sia il vizio cardiaco denunciato dal detenuto, sia lo stato di malessere di questi, tanto che gli promise che gli avrebbe fatto prendere un po' d'aria». Il medico prescrisse gocce di coramìna e pillole digestive. «Circa un'ora dopo entrò il vicedirettore Barbera; presentatosi, disse allo Zanchè che lo conosceva già da tempo. A questo punto gli chiese di vedere i lividi e dopo averli visti gli domandò quale ne fosse stata la causa. Lo Zanche rispose che erano l'effetto dei colpi di manganello. Il dottor Barbera, a questo punto, avrebbe commentato: "Sappi vivere"».

La Stampa 1 agosto 1973


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