L'ira del padre di Valeria Lepore, la poliziotta penitenziaria morta dopo tre interventi per calcoli: il processo è saltato tre volte
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NOTIZIE L'ira del padre di Valeria Lepore, la poliziotta penitenziaria morta dopo tre interventi per calcoli: il processo è saltato tre volte 12/01/2019 

Lettere al ministero della Giustizia ed esposti contro medici e magistrati. Da quasi cinque anni la vita di Giuseppe Lepore, 58 anni, barese, è dedicata a cercare la verità sulla morte di sua figlia Valeria, agente di Polizia Penitenziaria. La ragazza di Toritto, in provincia di Bari, è scomparsa a 28 anni per un’infezione da calcolo renale. In 5 giorni fu sottoposta a tre interventi chirurgici in tre diverse strutture ospedaliere pugliesi.

Malasanità
La sua famiglia è convinta che si sia trattato di un caso di malasanità: inizialmente la Procura di Bari aveva indagato venti persone e poi archiviato quasi tutte le posizioni, fatta eccezione per due medici che dovrebbero essere giudicati dal Tribunale di Taranto. Ma il processo per omicidio colposo (uno dei due è accusato anche di falso) non è ancora iniziato. Lo scorso dicembre l’udienza è stata rinviata per la terza volta perché mancava un giudice togato. «Le mie parole, i miei appelli disperati, le mie denunce non sono serviti a nulla — dice Giuseppe — solo porte sbattute in faccia. Due mesi fa dal ministero mi avevano promesso un impegno, ma sto ancora aspettando. In questi anni ho fatto indagini personali e sono riuscito a ottenere documenti sanitari che gli inquirenti non hanno mai acquisito. Ma sono stato offeso, cacciato e umiliato. Mia figlia era una servitrice dello Stato, ma questo ormai non interessa a nessuno». Quattro giorni fa ha inviato l’ennesima lettera al ministro della Giustizia in cui chiede «che il processo a Taranto sia celebrato senza altri rinvii».
In vacanza con la famiglia
Il 12 luglio del 2014 Valeria era in vacanza con la famiglia a Manduria, nel Tarantino, quando fu assalita da forti dolori all’addome. Al pronto soccorso le fecero i prelievi di routine. Furono quelle le prime ore di un calvario durato cinque giorni: è morta il 17 luglio. Dopo tre operazioni chirurgiche: la rimozione di un calcolo renale, l’impianto di un polmone artificiale e una craniectomia. Al termine delle sue indagini personali, pareri medici e perizie, Giuseppe ha ribadito più volte che una Tac urgente e una adeguata terapia antibiotica avrebbero consentito una diagnosi precisa ed evitato l’infezione che poi ha portato al decesso della figlia. «Ho anche scoperto che parte della documentazione è stata falsificata». Il riferimento di Giuseppe è al consenso informato e altri documenti la cui firma «non è riconducibile» alla mano di Valeria. Nell’avviso di conclusione delle indagini notificato a uno dei medici dell’ospedale di Taranto è allegata la perizia dell’esperta: «Si può concludere con certezza che la firma apposta sul consenso informato per intervento chirurgico del 13 luglio del 2014 non è stata stilata da Valeria Lepore ed è apocrifa, al pari delle firme sul consenso al trattamento trasfusionale e sul consenso informato all’anestesia».

L’ultimo esposto
A seguito dell’ultimo esposto, Lepore è riuscito anche a ottenere dalla direzione sanitaria del Policlinico di Bari la tac del cranio di Valeria. «L’ho fatta visionare da un professore di neuroradiologia dell’ospedale Sant’Andrea di Roma — scrive il papà di Valeria — che ci informava di due elementi mai evidenziati prima. Sulla copia del cd mancavano il 90 per cento delle immagini; inoltre, l’intervento ultimo di craniectomia non poteva essere effettuato, sulla base della valutazione di rischio, contrassegnato sulla scheda operatoria degli stessi medici rianimatori e chirurghi. Abbiamo chiesto per la seconda volta copia in originale della Tac cranio e, con l’aiuto dei carabinieri del Nas, abbiamo avuto riscontro positivo. In pratica nel primo cd vi erano solo 30 immagini, mentre nel secondo vi erano 267 immagini, 237 in più rispetto al primo». Rammaricato Giuseppe spiega che «quelle immagini se acquisite avrebbero cambiato tutto l’iter processuale».

Corriere.it