Michele Zagaria sarÓ processato per aggressione e minacce ad Agente GOM della Polizia Penitenziaria e danneggiamenti alla cella
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MAFIA 41-BIS Michele Zagaria sarÓ processato per aggressione e minacce ad Agente GOM della Polizia Penitenziaria e danneggiamenti alla cella 18/02/2019 

Non è un detenuto modello. La vita carceraria di Michele Zagaria, almeno nella prigione di Opera, è stata turbolenta. E adesso le sue presunte condotte ‘violente’ dovranno essere processate dal tribunale di Milano.

Il boss di Casapesenna è stato raggiunto da un decreto di citazione diretta a giudizio: è accusato di danneggiamento. Avrebbe distrutto la finestra attigua alla sua cella, quando era detenuto a Opera, colpendola ripetutamente con un bastone.

L’ergastolano, a marzo, comparirà dinanzi al tribunale del capoluogo lombardo. Il capoclan, ristretto da 8 anni al 41 bis, si sarebbe reso protagonista anche di altri comportamenti aggressivi.

La minaccia all’agente
Secondo gli inquirenti ha distrutto telecamere, preso a schiaffi gli agenti e dispensato minacce a destra e a manca. Tutti gli episodi contestati a Zagaria, assistito dall’avvocato Paolo Di Furia, saranno oggetto di singoli procedimenti giudiziari. Il primo inizierà a metà marzo. Quei reati sarebbero stati commessi nell’arco di due settimane. Dal 5 al 19 maggio scorso. Furono 14 giorni di follia che culminarono nelle minacce ad un agente.

“Se quel rapporto esce fuori dalla sezione io prendo 15 giorni di isolamento, quindi, dato che lei è una persona intelligente – disse il capoclan – ha capito bene quello che deve fare. Deve cancellare dal rapporto la parte dove io le dico di avvicinarsi di più al cancello per aggredirla, oppure deve strappare il foglio”. Poco prima di quell’intimidazione, infatti, allo stesso poliziotto aveva detto: “Io le conseguenze le pago per un vaf…, le pago per cose più gravi, avvicinatevi e vi faccio vedere io come le pago”.

L’agente gli chiese se avesse voluto aggredirlo. E il boss rispose secco: “Certo”. Non solo parole. Zagaria, stando a quanto accertato dalla procura di Milano, ha pure aggredito fisicamente un agente scelto sferrandogli due schiaffi. Quattordici giorni di follia per Capastorta durante i quali avrebbe compiuto 11 episodi violenti finiti sotto la lente del tribunale di Milano.

La confessione del boss
Prima del suo trasferimento nel carcere di L’Aquila, prima delle presunte ‘condotte violente’ avute ad Opera, il boss in cella, due anni fa, rese “spontanee dichiarazioni”: non a un magistrato della Dda. Ma ad un ispettore del Gom, il ‘Gruppo operativo mobile’ della Polizia Penitenziaria.

Il sottufficiale, raccolte le ‘confessioni’ del boss, le mise nero su bianco, in un rapporto destinato al “commissario coordinatore” del carcere di Milano – Opera. Quella relazione venne trasmessa alla Procura distrettuale antimafia di Napoli. E il pm Maurizio Giordano, nel marzo scorso, scelse di depositarla nel processo a carico di Alessandro Falco, ex patron del centro commerciale di Trentola Ducenta.

Lo fece perché ‘Capastorta’ avrebbe raccontato all’ispettore di aver investito parte dei suoi capitali proprio nel Jambo.

Il processo è ancora in corso. E il collegio presieduto dal giudice Roberto Donatiello valuterà se acquisire o meno il rapporto al fascicolo del dibattimento. “Depositiamo adesso questa prova testimoniale perché solo ora siamo riusciti a produrla”. Il pubblico ministero annunciò la presenza di quegli atti a fine udienza. Con il suo solito equilibrio, Giordano chiese al presidente la parola, quando avvocati e imputati stavano già per lasciare l’aula. “Metto a disposizione gli atti alla difesa per visionarli. Sono già presenti anche presso la mia cancelleria”.

La testimonianza di Guida
Il colpo di scena che oscurò tutto quello che era accaduto qualche minuto prima. E prima era stato il turno di un altro boss, che a differenza di Zagaria, anni fa, ha scelto di pentirsi. Era stato interrogato Luigi Guida detto ‘o drink’. L’ex capo del gruppo Bidognetti. Il boss “delle due camorre (una napoletana, l’altra dell’agro aversano), con la seconda elementare” rispose, tra “un non sento” e l’altro, a tutte le domande del pubblico ministero.

Guida raccontò quando e come assunse il controllo della cosca di ‘Cicciotto ‘e mezzanotte’. “Ero alla fine della detenzione (la prima fase, terminata nel 2001 ndr). Ebbi un’imbasciata nei colloqui in carcere da alcuni miei familiari che avevano avuto contatti con i Casalesi”.

Giordano chiese se qualche affiliato gli avesse mai parlato del centro commerciale di Trentola Ducenta. “Nel 2001 – ha risposto il collaboratore – il cugino di Bidognetti, Bernardo Cirillo, Giosuè Fioretto, Francesco e Giovanni Letizia, mi raccontarono che dietro il Jambo c’era Michele Zagaria”. Alessandro Falco, ora libero dopo circa due anni di custodia cautelare in carcere, seguì quell’udienza seduto tra i suoi due legali, gli avvocati Paolo Trofino e Michele Cerabona. Con il viso contrito, a volte rabbioso, ripetutamente si faceva attraversare i capelli bianchi dalle sue mani. Si scrollò il viso, più volte, in segno di disperazione. Anzi, in segno di disapprovazione rispetto a quello che raccontava ‘o drink’. Con Falco sono a processo anche Nicola Picone, rappresentato dagli avvocati Pasquale Davide De Marco e Claudio Botti, e gli ex sindaci di Trentola Ducenta, Michele Griffo, assistito dal legale Carlo De Stavola, e Nicola Pagano, rappresentato dagli avvocati Domenico Cesaro e Gennaro Ciero.

Lo sfogo del capoclan
A complicare la posizione processuale di Alessandro Falco ci sono le ‘dichiarazioni spontanee’ di Zagaria. Il boss le riferì all’ispettore di Polizia Penitenziaria a seguito di un suo “gesto dimostrativo”. Così lo ha classificato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il dieci febbraio scorso l’ergastolano avrebbe inscenato di nuovo il suicidio per poi ‘raccontarsi’ all’agente del Gom che era entrato in cella per salvarlo.

L’ennesima pagliacciata: il dieci febbraio del 2017 Michele Zagaria tentò di suicidarsi in cella. “Aveva cinto il proprio collo con una parte dell’accappatoio di colore azzurro, mentre l’altra parte era annodata alle sbarre della finestra della stanza”. A descrivere la scena è un ispettore di Polizia Penitenziaria del Gom. “Aveva i piedi poggiati sullo sgabello in legno a lui in dotazione”. Ma a mettere in dubbio l’autenticità del gesto è stato lo stesso sottufficiale. Il boss, ha annotato il poliziotto, scese dal seggiolino “in maniera abbastanza autonoma”. “Non evidenziava un particolare rossore al collo, né mostrava difficoltà nel respirare”. Fu lo stesso Zagaria, difatti, ha scritto l’ispettore, “che iniziava subito ad interloquire senza manifestare alcuna difficoltà fisica”.

Voleva parlare. Desiderava l’occasione per farsi sentire. Ed è stato un fiume in piena. Stando alla relazione dell’agente, ‘Capastorta’ ha riferito al ‘carceriere’ i suoi colloqui con il capo della struttura penitenziaria. Il boss avrebbe pianto dinanzi al direttore e al vicedirettore.

“Rappresenta in ogni caso – ha continuato l’ispettore – di aver particolarmente a cuore una ragazza che ha circa 14anni, aggiungendo che ella è sua nipote, ma essendo cresciuta con lui, la considera a tutti gli effetti sua ‘figlia’”. Il capomafia, però, non avrebbe più contatti con i suoi cari: né con lei, la nipote che considera ‘figlia’, né con gli altri familiari. L’ergastolano ha raccontato anche dei provvedimenti cautelari eseguiti lo scorso dicembre nei confronti della sorella e delle tre cognate. Zagaria avrebbe chiarito però che non si pentirà.

“Non assumerà mai tali vesti, dato che a suo parere non esiste un modo di applicare la legge in maniere giusta”.


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