Porto Azzurro: malumori tra i detenuti contro la decisione dei giudici genovesi
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STORIA Porto Azzurro: malumori tra i detenuti contro la decisione dei giudici genovesi 22/05/1974 

Nel penitenziario si trova rinchiuso Mario Rossi, il capo della banda XXII ottobre. Sono le otto del mattino, davanti alla casa di pena di Porto Azzurro, stazionano già da un paio di ore giornalisti, fotografi, curiosi. L'ingresso è sbarrato da un portone di ferro, entra soltanto chi ha validi motivi per accedere nella vecchia fortezza spagnola, agli altri non è consentito neppure di avvicinarsi.

« Non era mai accaduto » commenta la gente di Porto Azzurro, spiegando .che, da tempo.,.immemorabile, quel portone resta aperto nelle ore di luce per permettere ai turisti di visitare la mostra dei lavori d'artigianato eseguiti dagli ergastolani. L'atmosfera che si respira all'esterno è quella di una guarnigione assediata, è persino vietato parcheggiare le auto nel piccolo piazzale antistante l'ingresso, chi sosta sotto le mura si sente addosso gli occhi vigili degli agenti di custodia che montano la guardia sui bastioni. A Porto Azzurro, si sa, c'è il fior fiore della malavita nazionale, ma soprattutto c'è Mario Rossi, il capo del «XXII Ottobre» e con lui c'è uno dei suoi gregari, Giuseppe Piccardo. La corte d'assise d'appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria ad entrambi ed altri sei loro compagni in cambio della vita del dott. Mario Sossi, ma siccome questo beneficio (per il momento soltanto sulla carta) si è trascinato dietro una valanga di polemiche, la direzione della casa di pena ha ritenuto opportuno adottare una serie di misure di emergenza.

Sembra, infatti, che i quattrocento e più ospiti di Porto Azzurro abbiano manifestato malumore per la decisione dei giudici genovesi («Perché lo Stato si è comportato diversamente con i detenuti in rivolta ad Alessandria?») e in una casa di pena, la cronaca insegna, il malumore è uno stato d'animo che non va preso alla leggera. Mario Rossi, dunque. Abbiamo tentato in tutti i modi di incontrarlo, ma il direttore di Porto Azzurro, dott. Raffaele Ciccotti, è stato irremovibile. «Rivolgetevi al ministero di Grazia e Giustizia: non ho autorità per autorizzare un colloquio», ci ha risposto con tono cortese, ma fermo. Sulla sua scrivania ci sono due grossi fascicoli che recano i nomi di Mario Rossi e di Giuseppe Piccardo: hanno la copertina grigia, Io stemma della Repubblica italiana, l'intestazione dei carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria di Genova.

Tutto pronto, allora, per la scarcerazione dei due imputati del «XXII Ottobre»? «Al momento — ha spiegato il direttore — ne so quanto ne sapete voi. Ho letto la notizia della libertà provvisoria sui giornali, l'ho sentita dalla radio e dalla televisione. Tutto qui. Ufficialmente non ho ricevuto nessuna comunicazione». Anche Mario Rossi ha appreso la notizia dalla radio e, stando a quel che si dice, pare che non gli abbia fatto né caldo né freddo. E' un'impressione che il cronista riferisce così come l'hanno riferita a lui: di suo, semmai, può aggiungere che questo atteggiamento (ammesso che sia stato tale) del capo del «XXII Ottobre» non desta sorpresa. Nei due processi che lo hanno portato all'ergastolo, l'ex imbalsamatore è apparso a tutti duro e lucido, ma anche chiuso. Non si è fidato di nessuno, ha detto pochissimo persino ai suoi avvocati. Ha meditato tutto solo come difendersi.

Raccogliamo, a distanza di tempo, un po' di opinioni. La prima è di Adriano Pierulivo, elbano, universitario, maestro elementare supplente nella casa di pena di Porto Azzurro: «Mario Rossi? Un uomo schivo. Vive per conto suo, parla poco, ha rifiutato ogni offerta di lavoro». La seconda è del dott. Mario Prignacca, medico dei detenuti: «Conosco Mario Rossi soltanto di vista per averlo visitato un paio di volte. Non è un tipo ciarliero, però mi è sembrato rispettoso: quando l'incontro mi fa sempre un cenno di saluto con la mano». C'è infine, l'opinione di don Giovanni Vavassori, un sacerdote bergamasco che da sei anni è cappellano di Porto Azzurro: «Di Mario Rossi non voglio parlare. Preferisco interpretare l'opinione dei detenuti, alla luce degli ultimi avvenimenti, prendendo a prestito una frase pronunciata alla televisione da un deputato: "Siamo purtroppo arrivati a dimostrare che lo Stato è forte con i deboli, ma debole con i forti " ».

Mario Rossi occupa una cella singola, nella sezione numero «17», quella riservata agli ergastolani. A quanto pare nessuno gli ha mai sentito fare un accenno, sia pure di sfuggita, alle Brigate rosse (« Qui — ci dicono —' i detenuti più politicizzati si richiamano a Lotta Continua»), Mingherlino al processo, ora è leggermente ingrassato, continua a lasciarsi crescere capelli, barba e baffi che gli coprono il viso lasciando scoperta una piccola maschera di pelle olivastra, forata da due occhi lustri, quasi allucinati, che gli conferiscono un'aria da antico patriarca. Ha sistemato la sua cella con molto decoro, ha messo sul tavolo una foto della madre, della sorella (l'unica congiunta che di tanto in tanto va a fargli visita), dei due figlioletti. Altro, di lui, non si può sapere. «Qui non è certamente un personaggio» dice il medico di Porto Azzurro. Un agente di custodia conferma: «Mario Rossi? Un detenuto tranquillo: fossero tutti come lui».

La Stampa 22 maggio 1974


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